Tipo 1. Il Bar Storico

Non ricordo quale esattamente tra le amiche, un giorno m’ha detto – Me’, capace che se un giorno te fidanzi co’ uno che fa er meccanico te viè voglia de fa’ er meccanico pure a te -.Possibile, sto pensando oggi. Possibile perché io m’appassiono, a prescindere. Non a tutto, sia chiaro. Restano fuori la matematica, i formaggi e l’alcol – vorrei dirlo piano ma pure l’ufficio- . Per tutto il resto, c’è spazio. Negli anni s’è discusso molto sulla storia del multitasking e sul valore dell’iper specializzazione. Da una parte, l’autismo, il nerdismo, l’asperger risultano fondamentali per consegnarsi nelle braccia della gloria, dall’altra l’apertura, la curiosità, l’elasticità lavorano a favore del caos, dove regna sempre una sorta di giustizia sovrana. Io sono un autore, uomo all’occorrenza e me ne fotto. Questo è quanto. Il sabato mattina è dedicato al bighellonaggio. E’ che di cappuccini ad arte, qui a Roma, quanti ne vuoi. I cornetti, lasciano a desiderare. Sarà forse perché di provenienza surgelata. Ho tentato due volte di ambientarmi alla Sapienza, sì, l’università, ma Tor Vergata mi ha conquistata subdolamente con i suoi silenzi, l’erbetta di campagna e i professori umili. Lì, per chi ha frequentato, è famoso il Cinque Stelle, lì dietro, diciamo così. E’ uno stabilimento che rifornisce bar e pasticcerie della zona sfornando cornetti in quantità industriale, di tutti i tipi. Mediocri, ma per lo meno appena usciti dal forno. Credo che il Cinque Stelle abbia avuto un ruolo azzarderei fondamentale nel mio innamoramento di allora. Lui mi diede un appuntamento notturno di fronte al cancello dell’università, mi disse solo di portarmi dietro uno spazzolino. La prima cosa che vidi fu una busta di carta riempita fino quasi a scoppiare. Mi disse – non sapevo quali fossero i tuoi gusti e li ho presi tutti-. Tutti i cornetti del Cinque Stelle. Uomini, prendete spunto. Ve ne prego.

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Testaccio. Bar Linari. E’ tutto un caos. I cornetti stanno là, poco valorizzati nell’esposizione, come le belle donne che spariscono dentro una camicia più grande di quattro taglie. Penso che nemmeno stamattina troverò il cornetto perfetto. Cambio rumorosamente idea quattro volte, poi decido per il rettangolo crema e mele. Mi siedo. Mio fratello parcheggia la bici a vista. Passa una carrozzella che pare una moto Guzzi un po’ voluminosa. Esistono ancora le vecchie ‘500, qui, voglio dire, c’è qualcuno che le guida. La teglia delle pizzette rosse è invitante. Ma non ho fame di salato.

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Passa un’altra carrozzella, i cavalli li tengono in gloria, penso. Primo morso: Estasi di Santa Teresa – per chi volesse approfondire: Largo di Santa Susanna, dietro Piazza della Repubblica, Chiesa di Santa Maria della Vittoria – Bravino Bernini, eh-. Mia madre l’antidoto contro lo sconquasso della separazione genitoriale me lo somministrava così, girando per chiese, fontane, soffitti, sculture e Caravaggi. Grazie mamma. Mio padre tutt’oggi mi porta per meccanici, appunto. Il nostro si chiama ‘Er Modifica’ Grazie papà. Secondo morso: voglio applaudire.

14394028_10154563153689399_1981905212_oTerzo morso: l’ho finito e ne voglio mangiare un altro. Ne mangio un altro, infatti e no, la gioia non fa ingrassare. Zan-zan: bacetto perugina allegato.

Bar Linari

Via Nicola Zabaglia 9

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Tipo 1. Il Bar Storico

Io l’ho capito. Qual è il nuovo sport sfoga-veleno che ha preso il piede agli automobilisti e la mano ai motociclisti; è l’ebbrezza di accelerare in prossimità di un pedone. Per quanto io alla guida non sia una pecora, non m’è mai passato per la testa di castigare un pedone indisciplinato e adesso lo so che penserete che la colpa è del pedone che attraversa col rosso ma io credo piuttosto possa essere una specie di specchio dei rapporti umani. – Tu prova a non rispettare le regole che io ti vengo a un palmo dal naso per farti paura senza prendermi la responsabilità di finirti –. Oggi ho voglia di passare un po’ di tempo al Bar. Ho trascurato le Torrefazioni e vado cercandole. Lo Zio d’America pare fare al caso mio.

Hanno organizzato un gazebo nel piazzale, bell’idea. Ma è perimetrato da una specie di grata che mi fa orrore. Poi penso sia una specie di invito allo scoraggiamento per piccioni e mi sento solidale. Entro e cerco un cornetto integrale, non ne hanno. Cambio Bar: obiettivo torrefazione. La trovo. Porta il nome dei Fratelli Bertini, in Viale Adriatico n. 1.

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Bella. Sto riscoprendo l’integrità di questo aggettivo che un tempo mi provocava smottamento, lo percepivo come sostitutivo dell’incapacità di dire qualcosa. Quando hai trovato qualcosa da dire invece, la sottrazione te la sposi e puoi ricominciare a voler bene a certe parole. E’ una specie di negozio di chincaglierie, un azzeccagarbugliatoio tra confetti, vini, liquirizie, caramelle, scatole regalo che sarebbero piaciute a Forrest Gump e in ultimo un bancone coi divisori per la posa dei chicchi di caffè e un’altra parte dedicata al servizio.

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I cornetti sono buoni, diffido dei pasticciotti chiedendo – non li fate voi, no-? E il Bertini mi risponde di no, ma monta un’allegria ingenua puntualizzandone la provenienza da Lecce.

Mi chiedo sempre, ogni volta che qualcuno specifica il luogo d’origine di una cosa da mangiare, dunque deteriorabile in poche ore, dove sia il vanto e dove dovrebbe infilarsi la mia felicità. Bene che vada quei pasticciotti li avrà fatti un fornaio 24 ore prima, Roma-Lecce in camion 5,6 ore? Arriviamo a quota 30. Ora la domanda è: da quanto tempo il pasticciotto sarà accampato dietro la vetrinetta dei Bertini? Io dico almeno dalla sera prima e se consideriamo le 30 ore e ne aggiungiamo 12, fanno 42 che non mi pare proprio garanzia di freschezza. E’ dopo questo calcolo che chiedo di farcirmi un cornetto integrale con la marmellata di visciole. Il Bertini mi sfida – ma è piccolo!- e io lo guardo come a dire – Nessuno mette Baby in un angolo zio, pensi che a trent’anni così gagliarda io ci sia arrivata digiunando?- lui afferra la voce/pensiero ed esegue.

Mi siedo. Cornetto, cappuccino e Perturbamento di Thomas Bernard.

Il fatto è che oggi le orecchie non mi funzionano, se le sono rapite i pensieri, che cosa orribile da scrivere.

Perciò non potrò dirvi cosa realmente sia accaduto, ma solo cosa ho immaginato stesse accadendo.

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Mamma straniera con bambina che fa colazione col gelato: coppetta piccola limone e fragola. M’ha sempre fatto tanto ridere l’acquisizione dialettale in bocca ai paesi lontani. Immaginatelo voi, una romena che dice alla figlia – ‘a mamma- con un coté di vocali aperte e chiuse tutte strambe.

Schiera di comari che parlano, parlano, ma ve l’ho detto, le orecchie non funzionavano e mi sono chiesta se la gente quando parla, parla davvero. Cioè, siamo proprio sicuri della capacità di saper trasformare l’aria in suono?

Poi vecchietta tornata dalle vacanze si sporge verso il bancone per abbracciare il Bertini, il barista. Non ho mai visto una cosa così e mi piace. Un abbraccio oltre il bancone, o, quando il bancone diventa una galera.

Voglio camminare. Abbandono lì la macchina e conto 5 km per arrivare a casa. L’inquietudine, questo sì che è uno sport. Dov’è la mia medaglia?

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Ah. E in ultimo ho una grande rammarico per non aver tirato su la spallina di questa signora carica di buste della spesa.

Maria Rita, Puglia.

Parto con l’arsura di chi ha respirato a secco per un anno intero.

Fluoro e deumidificatore, bei tempi.

Ho fatto il conto delle cose rilevanti occorse in questi dodici mesi semi-invernali.

Un trasloco. Un lavoro pro-pagnotta. Molte liti. Un racconto ben riuscito. Poche traduzioni. L’italiano a Larissa. Uno spezzone di documentario su un camion carico di doni per la Siria. Un corto dopo il Bataclan. Ho usato la voce. Ho scritto un western. Ho chiamato Pippo Franco. Ho toppato le riprese del videoclip di una sorella e ho ricominciato da capo. Ho aperto questo Blog. Aura visiva. Affinità elettive. Affinità elettive naufragate. Nina Cassian. Colite.

Mi merito qualcosa.

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Sei femmine in vacanza non sono una buona idea. Forse lo sarebbero per un titolo. Tutto è prossimo al melodramma, con sei donne in vacanza.

Guido fino a Monopoli, dove chi ci affitta la casa vuole offrirci un caffè. Niente da dichiarare a tal proposito. Sei donne. E se un giorno torni a casa e trovi il condizionatore acceso, le finestre aperte e le luci puntate sul salone allora sicuramente è entrato un ladro, nella fattispecie, il padrone di casa su cui si ricamano sospetti sin dalla prima stretta di mano. Una donna non dimenticherebbe mai che risparmiare energia elettrica è fondamentale e semmai una sola delle sei provasse a mettere in discussione l’ipotesi intrusione, allora quella più suscettibile lo prenderà come un attacco personale. – Mi stai forse dando della negligente?-

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Niente, nemmeno un monsone, niente e ripeto niente potrebbe farmi franare dalle braccia di un dio dal cuore pugliese, nemmeno sei donne in vacanza. C’ho pure il cognome pugliese e no, non sono di Bari ma mio padre è nato a Brindisi, che devi fa’.

M’assale il dubbio che qua il punto non sia tanto il caffè. E nemmeno le sei donne in vacanza. Qua il punto è trovare il corrispettivo del cappuccino e cornetto prettamente romani e dargli un nome. Ho provato a più non posso. Tutti i Bar di Monopoli. Ho chiesto agli autoctoni dove -dove stanno le cose buone per voi, cosa sono le cose buone per voi-.

Ognuno una storia, ognuno una teoria. Li ho pregati di esimersi dal voler fare bella figura con lo straniero –si, so’ buoni i cornetti a La Nave, ma voi, dove andate? – Ho documentato le loro storie tutti i giorni, intersecandole con le mie e non mi ripeterò. Tutto pareva mediocre eccetto, appunto, le storie. Al Bar, qui, a Roma, io sorrido, sorrido molto a chi mi capita davanti e il più delle volte vengo ricambiata. Lì è diverso. Puoi sorridere, chi te lo vieta, ma sulla corrispondenza ho cominciato a notare qualcosa di interessante che risiede in una spaccatura netta tra l’impassibilità e la verbalizzazione. O rispondono – Ciao Ninni- o rimangono di gesso.

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Ho capito qualcosa con L’ESPRESSINO. Ho chiesto e m’hanno detto che sarebbe un cappuccino di dimensioni ridotte. Ho lasciato Monopoli e la Valle dell’Itria con la pancia piena di pesce, non so perché ma La Capria nel cervello con il suo Ferito a morte, il mare a picco sulla piazza del centro storico, bianco ovunque, pietra ovunque. Poi, Salento. Grande paura d’aver toppato. Quando l’estetica di un posto è affidata agli oleandri c’è forse da sussultare. Oleandri, ti volti, costruzioni lasciate a metà, immerse in uno squallore che non vuoi. Marittima di Diso, ma sulla mappa non è chiaro niente se non la vicinanza con Tricase. Passeggio molto. Pranzo con un gelato. La camera ce la affitta Gildo, dentro casa sua. Gildo ha un figlio, più d’uno, ma uno è lì per qualche giorno di vacanza. C’è odore di pulito ovunque. Passeggio e penso che tre giorni saranno forse troppi. Passeggio meglio. Il giudizio m’ha sempre precluso lo stupore e lo mando a ‘fanculo tenacemente. D’altra parte m’ha garantito la pietà, che adesso è il sentimento che più m’è caro.

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Perdono la spocchia e m’innamoro. Della tipa di Padova che s’è aperta bottega qua e fa i bicchieri di centrifuga a 50 centesimi, di Gildo che quando si confonde con il prezzo che abbiamo trattato per la stanza scuote la testa e ricomincia da capo, di sua moglie che non ha età, del muro rimasto a riposo, dell’amore dei vecchi per i neonati, dello stesso vigile che su un metro di corso fischietta senza pretesa, dell’affollamento in piazza per la sagra della frisella, della compassione che questa gente ha per se stessa, di come Alessandro suona il tamburello e di come ha imparato; perché lui il tamburello l’ha comprato, ma fino a un certo punto non riusciva a suonarlo. Si feriva le mani. Finché non è andato a San Rocco e dopo aver passato la notte con i tamburellisti di Torrepaduli, è tornato a casa e ha preso il via, tanto che guardarlo è uno shock.

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Ma veniamo al Bar. Perché è qui che trovo l’oro. Non in un Bar ma in un forno. Nei pasticciotti crema-amarena. E nella miscela del caffè Quarta, che ho capito essere il caffè pugliese per eccellenza, tutto il resto è noia. L’ultimo caffè devo berlo da Avio, a Lecce. Lo prendo col ghiaccio che in gergo significa sciroppo di mandorla, cremetta, zucchero e appunto, ghiaccio.

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Adesso sì.

Biennale – Stefan Kaegi

13987318_10154428558959399_1094574050_oIl mio ricordo di Venezia risale al 2011, in occasione della 68° Edizione del Festival del Cinema.

Ci torno per toccare e fuggire e incrociare con ciò la Biennale e le proposte teatrali ancora una volta per la direzione artistica di Alex Rigola. Quest’anno più che mai l’edizione della Biennale è caratterizzata da una particolare attenzione riservata alla formazione, espressa in formule laboratoriali ed estensione a tre settimane dei College.

Un Festival in cui la presentazione degli spettacoli sia solo parte del tutto, affiancata da workshop, incontri con artisti e registi, residenze e Open door a conclusione delle stesse per comprenderne da dentro le intenzioni.

Riesco a vedere poco, ma in quel poco che riesco a vedere ci sono i 2/3 della materia e della filosofia di cui è intriso il Festival.

Mi sembra di capire che da qualche parte ci si interroghi sul futuro del teatro per sé e parimenti sul futuro di un pubblico talvolta dormiente, ma, nodo cruciale, su come far dialogare queste due realtà che fanno fatica a comprendersi anni or sono.  La chiave pare riscontrarsi nel tentativo di far avvicinare lo spettatore quanto più possibile alle fasi preliminari della messa in scena per accorciare con ciò la distanza che separa questi due emisferi. Una sorta di infiltrazione, di spionaggio, per tutto quanto concerna gli albori e gli ingranaggi del processo creativo per dare la possibilità al pubblico di sentirsi compreso in qualche modo, attore anch’esso.

A tal proposito assisto all’esito del laboratorio tenuto daStefan Kaegi, uno dei registi del Rimini Protokoll che già nel 2011 aveva guadagnato il Leone d’Argento. Il collettivo si muove col piglio giornalistico del documentarista, da una parte, e con l’osservazione partecipata dell’antropologo dall’altra stipulando una sorta di modello per una live-performance territoriale da replicarsi possibilmente ovunque. Lo vediamo all’opera negli spazi del Teatro La Fenice. L’esperienza è esilarante e priva di buchi semantici.

Dopo aver diviso il pubblico in gruppi e averlo dotato di audioguida, lo si dispone sotto l’ala di un attore capogruppo che reca in mano un cartello con su riportata una parola chiave che racconti la città di Venezia in sunto. In questo caso le parole sono Mose, Fire, Real Estate, Logistic, Little Venice, Urbanism e ogni gruppo è chiamato ad interagire con l’altro, calato nella dimensione del significante che queste sei parole esprimono. Se per un verso la performance somiglia a un Luna Park o come già si è detto a un game-player dove il divertimento sarà garantito a chiunque, è d’altra parte impossibile non riconoscergli un altissimo valore in sé e per sé.

Quando si parla del superamento del luogo teatro come sito deputato alla fruizione ci si rende conto di trovarsi all’interno della Fenice, ma si è altrettanto sicuri che la performance potrebbe essere esportata in un luogo qualsiasi della città. E quell’aura di sacralità con cui ci si approccia giustamente al teatro, qui è un muscolo che danza, è la sorpresa della velocità della rotazione, è l’ingegno gioioso della trovata, riproducibile, appunto, in ogni dove. Non è cosa nuova, si potrebbe pensare e a ragione.

Ma se la critica è in odore di domandarsi come sia possibile ricucire il patto antico e più volte barbaramente tradito tra teatro e spettatore, è forse qui che dovrebbe venire a spiare ed altresì applicare un distinguo tra questa tipologia di Open door e l’affare laboratoriale o lo studio in fierigià spesse volte tristemente spacciato per spettacolo.

Si dovrebbe riflettere per un momento sull’opportunità di iper specializzare i tecnici del teatro non per un meccanismo di successiva restituzione ma per un piacere autoerogeno destinato ad allontanare il pubblico e costringerlo a una selezione naturale spietatissima con il successivo rischio che la stessa iper specializzazione sia effimera e insufficiente per durata, intensità e partecipazione. Forse invece oggi più che mai il teatro è un luogo per documentaristi e antropologi o per architetti illuminati che sanno utilizzare il denaro, tanta è la stanchezza rimasticata per una quantità di parole oscene o di volgare cabaret.

Maria Rita, Venezia

Capita che mi muova anche io.

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A Venezia c’è la Biennale. Riesco a farmi accreditare per un paio di spettacoli e vado a vedere che cosa ha fatto Alex Rigola per il teatro, quest’anno. Un’ammazzata, è inutile sottolinearlo, giacché il treno mi parte all’alba di venerdì e mi riporta a casa sabato sera.

 

Sono sola e non mi dispiace. Di Venezia, al di là di ogni orgasmo condiviso rispetto alla sua meraviglia, nutro un ricordo pessimo. Le macchine che invadono Roma lì sono convertite in persone. Troppe. Dei piccioni nemmeno a parlarne. I luoghi-cartolina mi angosciano e le gondole fanno l’eco ai centurioni romani installati fronte ai Fori. I Giapponesi attraversano i canali in abiti barocchi e il gondoliere partenopeo finge un romanticismo riprodotto nel garofano di plastica che fa da divisorio tra gli innamorati. Mi fa lo stesso effetto delle buste condominiali attaccate al culo dei cavalli da carrozzella in giro per Roma. Mi domando soprattutto – ma davvero credono di stare su una gondola? Lo credono davvero? – ho come l’impressione che perpetuare una tradizione dove la ragione principale sia il suo stesso commercio equivalga a svilirla completamente.  Ho voglia di ricredermi.

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Il primo caffè lo prendo all’Arsenale. Il bar è gestito da un gruppetto di bangla. Ordino al bancone, poi domando se posso portarmelo fuori e mi rispondono di si. Non è un Bar, ma una specie di osteria dove le persone accanto a me pranzano o cenano, coi turisti americani non sei mai sicuro di niente. Comincia a piovere, mi riparo sedendomi al tavolino più prossimo alla tettoia. Il cameriere mi chiede – vuole qualcosa da bere?– Indugio. – Me ne devo andà? – rispondo. I suoi occhi dicono di si. Prima di entrare nel Teatro Piccolo Arsenale sento gridare. Un uomo sta litigando con i gestori dell’osteria e tenendo in mano un bicchiere minaccia il cameriere di non so cosa.

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Qualcuno mi racconta che il pettine sulla prua delle gondole sembra essere una delle prime espressioni di quello che oggi viene chiamato design. Muovendo le mani riproduce il significato di ogni fronzolo che lo assembla. E’ una bella storia e quelle sono delle belle mani.

 

 

 

 

Ritorno ad essere sola e forse questa volta mi spiace un po’.

Il secondo caffè lo rimando alla colazione del giorno dopo ma fermo una ragazza per strada per domandarle di un bar non turistico dove potermi fermare. Mi indirizza da Ballarin che secondo i miei canoni risulta il non plus ultra del turistico. I cornetti sono talmente repellenti che opto per una pastarella con la frutta. Il terzo lo cerco attraversando Piazza San Marco. Ci sono due colonne, guardando verso il molo – proprietà transitiva esclusa – sormontate dalle statue di San Marco e San Todaro. Lì nel mezzo, già dal XVIII secolo, avvenivano le esecuzioni capitali. Chi lo sa, evita di infilarcisi. Potrei dire di non essere scaramantica ma mentirei. Almeno in parte. La verità è che l’ho scoperto a posteriori. Il quarto caffè me lo offrono dopo pranzo.

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Prima di riprendere il treno mi infiltro nel padiglione Filippino della Biennale d’Architettura. E anche qui, trovo il caffè. Su un post-it lascio scritto – sii dolce con me, sii gentile – .

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Adesso ho voglia di trovare una serranda abbassata e un cartellino con su scritto – CHIUSO PER FERIE.-

 

AUTOGRILL

Ho sempre giudicato qualsiasi Autogrill troppo distante dal cuscino per eleggerlo a tempio della mia prima colazione.

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All’Autogrill, preferirei persino una deviazione per un qualsiasi Bar appena superato il casello di turno. In tutta onestà intellettuale però non va omesso che il prosciutto nei panini si fa più buono con l’approssimarsi all’Emilia.

L’estate allunga la sua falciata quasi a godere nel trovarmi impreparata, con una mezza gobbetta da Scrooge che si sfrega le mani in segno di compiacenza per la propria ineluttabilità.

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A mio fratello invece le cose vanno meglio. Dopo anni di super cazzole su –Dove vai? Alle Hawaii– è finalmente arrivato il giorno di convertirla in un’affermativa ripulita dall’ironia.

Fiumicino, 7,30 di Domenica 31 Luglio.

All’imbocco del G.R.A. – penso sempre a quanto il Signor Gra, che davvero faceva Gra di cognome, sia morto felice – chiedo in coma la mia colazione e mi sento rispondere Autogrill. Ci fossero state alternative, avrei lottato.

Dietro al bancone c’è un uomo che sistema a mani nude i cornetti nella vetrinetta predisposta. Lo guardo molto. Se ne accorge e tenta di recuperare utilizzando un tovagliolo per continuare l’operazione. Il suo slancio di vergogna dura il tempo di un ripensamento.

Circondata da felici americani in vacanza, coi cappelli a falda larga, ascolto mio fratello dispiacersi per un ammanco di 50 centesimi che gli avrebbe negato il secondo cornetto. Mi frugo nelle tasche. M’ha fatto lasciare tutto in macchina.

E’ allora che un omaccione pelato, anello d’oro con blasone, polo Sergio Tacchini, gli da’ una botta sulla spalla mettendogli in mano una moneta.

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Il cappuccino è disonesto. Brodoso. Color dell’Orzo Bimbo. Il cornetto con la marmellata chiara è l’unica cosa che riesco a masticare. Mangio lentamente. Mio fratello è già fuori a fumare in compagnia del finanziatore. Nella mia tazza non rimane nemmeno la schiuma sul fondo. Era un orzo, penso.

Nel piazzale una bambina con un vestitino a fiori invidiabile si spende per esibirsi nel verso di un uccello. Mio fratello è bravo a imitare i gabbiani. Ho ascoltato conversazioni tra lui e i suoi amici riempite esclusivamente da questi scambi ornitologici. Chiede alla bambina che uccello stia imitando. Lei ci pensa a lungo ma lui parte prima che lei possa rispondere, col gabbiano. Ridiamo. Ed è un affare serio.

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Il finanziatore ci suona dalla sua auto blu una volta riguadagnato il raccordo.

Sgozza. Che ci vuole a sgozzare un agnello.

Lui sgozza lui sgozza.

Che ci vuole a sgozzare. Ci vuol niente ci vuole.

Per ogni testa pelata che ti bussa sulla spalla, per ogni bambino vestito di fiori, per ogni ripensamento rubato alla vergogna, per ogni Bar che perseveri nello squallore della carta da parati: nessuno tocchi Caino.

 

TIPO 1. Il BAR STORICO

Non è solo la canicola. E’ che l’estate è alfiere di euforia e lutto, che caracollano abbracciati. Un giorno la gonna è leggera e la testa appesa al guinzaglio di un martello pneumatico, un altro i jeans strizzano le cosce ma la fronte è aperta, l’abbronzatura ti biscotta le guance e il martello allenta la trivella.

Romoli. Bar Storico. Quartiere Africano. Viale Eritrea n.142.

Per me che sono nata poco distante da qui, questo era un punto di riferimento per gli appuntamenti alle scuole medie. Poi, ha smesso di esserlo di pari passo alla scoperta che oltre ai confini di quartiere, esiste una città. Oggi ci entro con la gonna leggera e il martello pneumatico in testa. Così convinta che questo status riguardi un po’ tutti. Solo l’africano che chiede monete allungando il berretto sulla soglia dell’esercizio è con me, gli altri si muovono in un circo totalmente anacronistico. C’è odore di forno, di burro, di cucina che è meglio non interpellare i NAS, figuriamoci Gordon Ramsay. Qui non è che chiedi – cappuccino e cornetto– qui devi specificare che tipo di cornetto vuoi e aspettare che la tizia dietro al bancone della pasticceria te lo porga. Però puoi chiedere di fartelo scaldare.  Sono alla cassa, ho deciso per il fagottino con le mele, faccio per aprire la bocca ma una donna estremamente felice di formulare la propria richiesta mi scavalca – devo ordinare una torta – faccio per riaprire la bocca in modalità polemica, poi la chiudo così curiosa di sapere quale torta ordinerà, ma ascolto solo – grande, grandissima -.

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Una cameriera di mezz’età dai capelli viola a porcospino si spende per fare un slalom in sala col suo vassoio. La tazza del cappuccino è poco più grande di una tazzina da caffè, ha tutta l’aria di un’usanza antica da torrefazione e sebbene io preferisca le dimensioni contemporanee, mi godo il viaggio nel tempo. Armeggio col telefono, il barista-pinguino troppo giovane per calzare un apparecchio acustico, capisce che lo sto fotografando e mi porge il profilo migliore. La donna che sorseggia il cappuccino appena dietro di me capisce che sarà impressa nel mio selfie e guarda in macchina.

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Perle, rossetti, cappelli, foulard, belletti, divise, Ray Ban a goccia, autisti con la brillantina e l’orecchino dove non fa gay, ordinazioni per le cene di non- compleanni, nessuna fretta di vivere o morire. Penso di non avere molto a che fare con questo teatro. Soprattutto proiettandomi in avanti. Vorrei invecchiare sotto un patio, in Sicilia, a piedi nudi, lo sguardo saggio e tante rughe intorno, i nipoti tra le braccia, disperati per la fine di un amore estivo, un compagno che borbotta perché vorrebbe godersi il silenzio invece delle mie polemiche costanti e un salone pieno di africani che vogliono fare lezione d’italiano.

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