Maria Rita, Venezia

Capita che mi muova anche io.

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A Venezia c’è la Biennale. Riesco a farmi accreditare per un paio di spettacoli e vado a vedere che cosa ha fatto Alex Rigola per il teatro, quest’anno. Un’ammazzata, è inutile sottolinearlo, giacché il treno mi parte all’alba di venerdì e mi riporta a casa sabato sera.

 

Sono sola e non mi dispiace. Di Venezia, al di là di ogni orgasmo condiviso rispetto alla sua meraviglia, nutro un ricordo pessimo. Le macchine che invadono Roma lì sono convertite in persone. Troppe. Dei piccioni nemmeno a parlarne. I luoghi-cartolina mi angosciano e le gondole fanno l’eco ai centurioni romani installati fronte ai Fori. I Giapponesi attraversano i canali in abiti barocchi e il gondoliere partenopeo finge un romanticismo riprodotto nel garofano di plastica che fa da divisorio tra gli innamorati. Mi fa lo stesso effetto delle buste condominiali attaccate al culo dei cavalli da carrozzella in giro per Roma. Mi domando soprattutto – ma davvero credono di stare su una gondola? Lo credono davvero? – ho come l’impressione che perpetuare una tradizione dove la ragione principale sia il suo stesso commercio equivalga a svilirla completamente.  Ho voglia di ricredermi.

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Il primo caffè lo prendo all’Arsenale. Il bar è gestito da un gruppetto di bangla. Ordino al bancone, poi domando se posso portarmelo fuori e mi rispondono di si. Non è un Bar, ma una specie di osteria dove le persone accanto a me pranzano o cenano, coi turisti americani non sei mai sicuro di niente. Comincia a piovere, mi riparo sedendomi al tavolino più prossimo alla tettoia. Il cameriere mi chiede – vuole qualcosa da bere?– Indugio. – Me ne devo andà? – rispondo. I suoi occhi dicono di si. Prima di entrare nel Teatro Piccolo Arsenale sento gridare. Un uomo sta litigando con i gestori dell’osteria e tenendo in mano un bicchiere minaccia il cameriere di non so cosa.

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Qualcuno mi racconta che il pettine sulla prua delle gondole sembra essere una delle prime espressioni di quello che oggi viene chiamato design. Muovendo le mani riproduce il significato di ogni fronzolo che lo assembla. E’ una bella storia e quelle sono delle belle mani.

 

 

 

 

Ritorno ad essere sola e forse questa volta mi spiace un po’.

Il secondo caffè lo rimando alla colazione del giorno dopo ma fermo una ragazza per strada per domandarle di un bar non turistico dove potermi fermare. Mi indirizza da Ballarin che secondo i miei canoni risulta il non plus ultra del turistico. I cornetti sono talmente repellenti che opto per una pastarella con la frutta. Il terzo lo cerco attraversando Piazza San Marco. Ci sono due colonne, guardando verso il molo – proprietà transitiva esclusa – sormontate dalle statue di San Marco e San Todaro. Lì nel mezzo, già dal XVIII secolo, avvenivano le esecuzioni capitali. Chi lo sa, evita di infilarcisi. Potrei dire di non essere scaramantica ma mentirei. Almeno in parte. La verità è che l’ho scoperto a posteriori. Il quarto caffè me lo offrono dopo pranzo.

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Prima di riprendere il treno mi infiltro nel padiglione Filippino della Biennale d’Architettura. E anche qui, trovo il caffè. Su un post-it lascio scritto – sii dolce con me, sii gentile – .

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Adesso ho voglia di trovare una serranda abbassata e un cartellino con su scritto – CHIUSO PER FERIE.-

 

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