AUTOGRILL

Ho sempre giudicato qualsiasi Autogrill troppo distante dal cuscino per eleggerlo a tempio della mia prima colazione.

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All’Autogrill, preferirei persino una deviazione per un qualsiasi Bar appena superato il casello di turno. In tutta onestà intellettuale però non va omesso che il prosciutto nei panini si fa più buono con l’approssimarsi all’Emilia.

L’estate allunga la sua falciata quasi a godere nel trovarmi impreparata, con una mezza gobbetta da Scrooge che si sfrega le mani in segno di compiacenza per la propria ineluttabilità.

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A mio fratello invece le cose vanno meglio. Dopo anni di super cazzole su –Dove vai? Alle Hawaii– è finalmente arrivato il giorno di convertirla in un’affermativa ripulita dall’ironia.

Fiumicino, 7,30 di Domenica 31 Luglio.

All’imbocco del G.R.A. – penso sempre a quanto il Signor Gra, che davvero faceva Gra di cognome, sia morto felice – chiedo in coma la mia colazione e mi sento rispondere Autogrill. Ci fossero state alternative, avrei lottato.

Dietro al bancone c’è un uomo che sistema a mani nude i cornetti nella vetrinetta predisposta. Lo guardo molto. Se ne accorge e tenta di recuperare utilizzando un tovagliolo per continuare l’operazione. Il suo slancio di vergogna dura il tempo di un ripensamento.

Circondata da felici americani in vacanza, coi cappelli a falda larga, ascolto mio fratello dispiacersi per un ammanco di 50 centesimi che gli avrebbe negato il secondo cornetto. Mi frugo nelle tasche. M’ha fatto lasciare tutto in macchina.

E’ allora che un omaccione pelato, anello d’oro con blasone, polo Sergio Tacchini, gli da’ una botta sulla spalla mettendogli in mano una moneta.

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Il cappuccino è disonesto. Brodoso. Color dell’Orzo Bimbo. Il cornetto con la marmellata chiara è l’unica cosa che riesco a masticare. Mangio lentamente. Mio fratello è già fuori a fumare in compagnia del finanziatore. Nella mia tazza non rimane nemmeno la schiuma sul fondo. Era un orzo, penso.

Nel piazzale una bambina con un vestitino a fiori invidiabile si spende per esibirsi nel verso di un uccello. Mio fratello è bravo a imitare i gabbiani. Ho ascoltato conversazioni tra lui e i suoi amici riempite esclusivamente da questi scambi ornitologici. Chiede alla bambina che uccello stia imitando. Lei ci pensa a lungo ma lui parte prima che lei possa rispondere, col gabbiano. Ridiamo. Ed è un affare serio.

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Il finanziatore ci suona dalla sua auto blu una volta riguadagnato il raccordo.

Sgozza. Che ci vuole a sgozzare un agnello.

Lui sgozza lui sgozza.

Che ci vuole a sgozzare. Ci vuol niente ci vuole.

Per ogni testa pelata che ti bussa sulla spalla, per ogni bambino vestito di fiori, per ogni ripensamento rubato alla vergogna, per ogni Bar che perseveri nello squallore della carta da parati: nessuno tocchi Caino.

 

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