TIPO 1. Il BAR STORICO

Non è solo la canicola. E’ che l’estate è alfiere di euforia e lutto, che caracollano abbracciati. Un giorno la gonna è leggera e la testa appesa al guinzaglio di un martello pneumatico, un altro i jeans strizzano le cosce ma la fronte è aperta, l’abbronzatura ti biscotta le guance e il martello allenta la trivella.

Romoli. Bar Storico. Quartiere Africano. Viale Eritrea n.142.

Per me che sono nata poco distante da qui, questo era un punto di riferimento per gli appuntamenti alle scuole medie. Poi, ha smesso di esserlo di pari passo alla scoperta che oltre ai confini di quartiere, esiste una città. Oggi ci entro con la gonna leggera e il martello pneumatico in testa. Così convinta che questo status riguardi un po’ tutti. Solo l’africano che chiede monete allungando il berretto sulla soglia dell’esercizio è con me, gli altri si muovono in un circo totalmente anacronistico. C’è odore di forno, di burro, di cucina che è meglio non interpellare i NAS, figuriamoci Gordon Ramsay. Qui non è che chiedi – cappuccino e cornetto– qui devi specificare che tipo di cornetto vuoi e aspettare che la tizia dietro al bancone della pasticceria te lo porga. Però puoi chiedere di fartelo scaldare.  Sono alla cassa, ho deciso per il fagottino con le mele, faccio per aprire la bocca ma una donna estremamente felice di formulare la propria richiesta mi scavalca – devo ordinare una torta – faccio per riaprire la bocca in modalità polemica, poi la chiudo così curiosa di sapere quale torta ordinerà, ma ascolto solo – grande, grandissima -.

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Una cameriera di mezz’età dai capelli viola a porcospino si spende per fare un slalom in sala col suo vassoio. La tazza del cappuccino è poco più grande di una tazzina da caffè, ha tutta l’aria di un’usanza antica da torrefazione e sebbene io preferisca le dimensioni contemporanee, mi godo il viaggio nel tempo. Armeggio col telefono, il barista-pinguino troppo giovane per calzare un apparecchio acustico, capisce che lo sto fotografando e mi porge il profilo migliore. La donna che sorseggia il cappuccino appena dietro di me capisce che sarà impressa nel mio selfie e guarda in macchina.

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Perle, rossetti, cappelli, foulard, belletti, divise, Ray Ban a goccia, autisti con la brillantina e l’orecchino dove non fa gay, ordinazioni per le cene di non- compleanni, nessuna fretta di vivere o morire. Penso di non avere molto a che fare con questo teatro. Soprattutto proiettandomi in avanti. Vorrei invecchiare sotto un patio, in Sicilia, a piedi nudi, lo sguardo saggio e tante rughe intorno, i nipoti tra le braccia, disperati per la fine di un amore estivo, un compagno che borbotta perché vorrebbe godersi il silenzio invece delle mie polemiche costanti e un salone pieno di africani che vogliono fare lezione d’italiano.

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